Intervento di Margherita Boniver su l'Afghanistan alla Sala Capitolare del Senato Roma, 9 febbraio 2010 Stampa
Immagino che questo non sia un seminario a porte chiuse e quindi quanto andiamo dicendo in questa sede magari troverà attenzione sulle agenzie e sui media.. Visto che parlo a braccio sarà  mio dovere non far troppo trapelare un certo pessimismo, che immagino sia anche stato condiviso precedentemente. Per quello che riguarda questo vero e proprio rompicapo;  la vicenda afghana  che vede il mio paese coinvolto in modo così sostanzioso e ben prima del 2001 perché i rapporti diplomatici e culturali e amichevoli con l’Afghanistan datano oramai a molti decenni.  Non va  poi  dimenticata la parentesi dei re afghani che hanno trovato esilio nel nostro territorio, che è un pezzo di storia. A partire dal  2001,  proprio a seguito della Conferenza di Petersberg, l’Italia ha assunto un impegno di assoluta preminenza e non soltanto perché, in osservanza a quanto ci ha chiesto l’alleato americano,  noi abbiamo deciso etc….ma proprio perché c’e’ stato un impegno di sostanza, un impegno molto generoso, un impegno – credo - anche molto intelligente, che ha portato i nostri militari, ma anche i nostri cooperanti ed i nostri diplomatici ad esplorare zone fino a quel momento diciamo  vergini.
E’ questo l’impegno italiano, senza parlare poi del famoso lead sulla giustizia che ha visto il Magistrato De Gennaro, realizzare un lavoro strepitoso per ricostruire quanto meno lo scheletro di un sistema giudiziario in un paese che per ovvi motivi lo aveva cancellato dopo trent’anni ininterrotti di violenza che ha provocato il disastro che sappiamo.
Quindi sono molto fiera di questo impegno italiano e sono assolutamente convinta che il mio Paese e il mio Governo farà tutto quello che è umanamente, politicamente e militarmente necessario in questa difficilissima fase. Certamente onoreremo gli impegni che abbiamo preso innanzi tutto con il governo afgano ma anche all’interno dell’alleanza.
Detto questo, noi ci troviamo, secondo me, all’interno di una competizione mortale; mortale perché se dovesse fallire la presenza di oltre 130 militari, questa presenza impressionante di agenzie dell’Onu, di cooperanti, se dovessero fallire i canali che sono stati aperti direttamente o indirettamente con gli afgani, è ovvio che morirebbe perfino la speranza di veder nascere una nazione afgana con un futuro. Se dovesse fallire questo nostro impegno, sarebbe certamente la morte della Nato, l’abbiamo detto in tutte le salse, lo pensiamo, lo capiamo, lo sappiamo, ma credo che valga la pena di dircelo ancora una volta, perché sappiamo e comprendiamo la gravità della situazione e la vastità di questa sfida. E ‘ pur vero che  mi riesce difficile capire come mai in questi otto nove anni di impegno sul territorio i talebani si siano moltiplicati fino all’attuale livello; non esiste una spiegazione razionale tuttavia sul campo vediamo che invece che arretrare il nemico cresce. Evidentemente siamo li anche per combattere il terrorismo internazionale che sia al-quaedista  o endogeno sia di stampo pakistano -  enorme la differenza  per gli analisti ma in realtà sul campo tutti più o meno armati nello stesso modo e tutti impegnati comunque a uccidere il maggior numero di soldati stranieri sul  territorio- ; va anche ricordato, che tutto questo è costato anche la vita a decine di migliaia di inermi cittadini afgani che, soprattutto per mano dei terroristi e dei talebani, ma anche troppo spesso purtroppo vittime dei bombardamenti alleati etc,  pagano a caro prezzo questa competizione che ripeto è una competizione mortale.

Quindi quando l’Amb.  Maroofi si chiede e dice da questi microfoni: ” why we have failed?” - probabilmente parla soprattutto a nome del governo per l’esecutivo afgano -  ma dice una cosa molto vera; io credo che la Conferenza di Londra di qualche giorno fa probabilmente sarà l’ultimo compact per l’Afghanistan per lungo tempo. Il “la” in qualche modo ce l’ha dato il Presidente  Obama quando ha deciso, dopo un lungo periodo di riflessione per il search, ovvero per l’avvio di oltre trentamila nuove truppe statunitensi verso il teatro afgano, al  quale l’Italia com’è noto ha risposto positivamente ancora una volta - con l’invio di ulteriore mille militari italiani. Obama ha anche messo l’accento sul fatto che dal 2011 dovrebbe cominciare anche una sorta di ritiro da questo teatro militare; e io credo che sostanzialmente sia anche una risposta implicita a quanto invece - sempre a Londra - ha detto il Presidente Karzai quando ha chiesto che la presenza militare degli alleati dovrebbe essere calcolata in dieci o quindici anni. Per la verità non si è capito bene se era soltanto una presenza militare o invece sostanzialmente invocava anche una presenza di organizzazioni internazionali, della cooperazione etc. ma il messaggio era chiaro: “non abbandonateci, non lasciateci soli per dieci o quindici anni perché altrimenti….”
Credo che dieci o quindici anni sia francamente un arco di previsione probabilmente molto difficile da analizzare oggi, tuttavia penso che questo sia un periodo un po’ troppo lungo per un impegno collettivo di questa portata, di questo sforzo, di questo spessore.
Sempre a Londra ci sono state due parole segnaletiche che sono emerse: reintegrazione e conciliazione.
Non so questa mattina si è parlato dell’ipotesi di amnistia che è stata suggerita da Karzai: un passo obbligato in qualche modo già sperimentato in Iraq; un passo che anche noi italiani abbiamo fatto nel dopoguerra quando il guardasigilli era Togliatti.  Un’amnistia alla fine o a metà di un percorso di guerra civile è uno di quegli strumenti assolutamente obbligatori, che dovrà essere però evidentemente costruito, finanziato, “empowered” con la massima attenzione, non si può gettare il sasso e ritirare la mano, la faccenda  è una delicatezza estrema ma potrebbe essere uno strumento molto efficace che va esplorato fino in fondo.
Un’altra parola che mi ha colpito, ed è venuta fuori con prepotenza dalle conclusioni della Conferenza di Londra, è la parola training. L’ha usata anche l’Amb. Maroofi e l’ha usata anche Geitz nei suoi incontri con Berlusconi, La Russa e Frattini. C’è bisogno di un maggior numero di addestratori per le forze armate afgane e per la polizia afgana. Siamo già molto impegnati – è molto lusinghiero sentirci dire che un carabiniere italiano vale praticamente come dieci o cento trainers, per la loro capacità e preparazione - e questo è un segnale linguistico ma anche di sostanza, molto importante: maggiore sarà il numero di militari e di poliziotti  afgani pronti a fare il loro dovere, minore sarà il tempo necessario per la nostra presenza, per lo meno militare. sul territorio afgano. Questi sono dei segnali molto interessanti.
Infine, naturalmente non c’è nessuna fine ovvia alla vicenda afgana ma l’elemento in assoluto più debole di tutta la strategia collettiva, è il tardivo - perlomeno così io l’ho percepita - ammonimento nel vedere la vicenda afgana legata come tutt’uno con la vicenda pakistana. La cosa in realtà poteva essere prevenuta e soprattutto affrontata con maggiore energia, ben molto tempo prima di quando il famoso half Pak è emerso non molto tempo fa. E’ assolutamente ovvio che non si potrà vincere in Afghanistan se non c’è la piena assoluta e totale collaborazione del gigante pakistano e non tanto e soltanto perché, mancanza di frontiere, lo stesso tipo di etnia i pashtu,  che sono nel sud dell’Afghanistan e  in tutta la parte del north west frontier provences del Pakistan etc etc,  no la questione è squisitamente politica.
Sappiamo che il Pakistan - quello che rimane del Pakistan perché dopo il processo elettivo, la nomina di Zardari, che lo stesso oltre  la maggior parte dei suoi ministri con un numero imprecisato di notabili pakistani si sono visti ritirare il passaporto dalla Corte Costituzionale. Tutte queste persone, a cominciare da Zardari sono sotto accusa per diversi reati, in genere collegati con la corruzione e quindi ci troviamo di fronte ad un Paese armato, con la bomba atomica, la cui agenda principale non è l’Afghanistan, ma semmai il contestatissimo Kashmir, altro problema irrisolto da oltre sessat’anni. La collaborazione che, volente o nolente, il Pakistan dà soprattutto agli Stati Uniti, molto attenti, grandi finanziatori e grandi costruttori - diciamo - di strategie, sia con l’esecutivo che con l’ISI che con il potentissimo esercito pakistano. Fino ad ora. c’è stato, si,  un impegno – anche li centinaia e  centinaia di morti per mano dei terroristi più o meno endogeni in Pakistan - ma francamente non è ancora emersa prepotente una vera volontà politica di collaborazione, di sostegno a quanto noi stiamo facendo.
Ecco perché, e concludo, credo che la complicatissima vicenda afgana si trovi oggi  non ad un bivio  ma semmai ad un punto di non ritorno e quindi l’impegno che abbiamo profuso su questa vicenda, non abbiamo dubbi, deve continuare.
Però, dietro questo impegno dobbiamo assolutamente costruire un futuro politico per l’Afghanistan che sia più forte, che sia più diffuso, che sia soprattutto più compreso e piu’ amato dalla popolazione di quanto non sia successo fino ad adesso.

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