Intervento dell’On. Boniver alla Conferenza Internazionale “L’Infanzia violata dalla guerra: i bambini soldato” Torino, 16 novembre 2009 PDF Stampa E-mail

Eccellenze,
Illustri Relatori,
Signore e Signori,

vorrei innanzitutto formulare i più vivi ringraziamenti all’Ambasciatore Biancheri, Presidente dell’ISPI, all’Ambasciatore Moreno, Presidente dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo, e al Comandante Maggi della Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito, per aver permesso la realizzazione di questo importante evento, nonché a tutti i relatori intervenuti per gli interessanti spunti emersi sulla tragedia dei minori in situazioni di guerra.

La piaga dei bambini coinvolti nei conflitti armati rappresenta infatti una delle problematiche relative alla sicurezza umana più preoccupanti dei nostri giorni. Secondo stime delle Nazioni Unite, sono oltre 250mila i bambini soldato nel mondo. Solo nello scorso decennio, i conflitti armati hanno interrotto le vite di oltre 2 milioni di bambini, reso fisicamente disabili oltre 5 milioni di minori e causato più di 20 milioni di bambini sfollati e rifugiati.

Oltre ai dati numerici del fenomeno, sicuramente sconfortanti, desta preoccupazione il fatto che la problematica dei bambini coinvolti nei conflitti armati non si limiti al semplice reclutamento dei bambini, ma si accompagni ad altre gravi violazioni, quali rapimenti, violenze sessuali, attacchi ad ospedali, uso indiscriminato di armi, traffico internazionale di minori, droga.

Proprio per la complessità delle questioni coinvolte, i mandati delle operazioni di pace delle Nazioni Unite prevedono oggi specifiche clausole per la protezione dei bambini. A tale riguardo, vale la pena ricordare che tale previsione, ora divenuta pratica corrente del Consiglio di Sicurezza, sia nata anche su impulso dell’Italia durante il biennio in CdS.

Il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati rappresenta uno dei temi cruciali per la tutela internazionale dei diritti umani. Purtroppo, esso è un dramma che non cessa di produrre effetti devastanti, sulle società, ma in primo luogo sulle persone coinvolte, che in ragione della loro tenera età e della loro condizione di bambini meriterebbero, al contrario, la massima tutela dalle atrocità della guerra, invece di esserne protagonisti e vittime al tempo stesso.

Proteggere i bambini ed i loro diritti nel corso dei conflitti armati è un passo necessario di ogni strategia di soluzione dei conflitti. In questo senso, la tutela dei bambini dagli effetti della guerra costituisce un elemento necessario allo stesso mantenimento della pace tra le nazioni. Se i bambini continuano a morire in gran numero, a restare vittime di mutilazioni, ad essere utilizzati come scudi umani o a costituire un obiettivo deliberato delle parti in conflitto, per non citare i casi in cui essi sono vittime di brutali episodi di violenza sessuale, sarà più difficile garantire la sicurezza e la stabilità internazionali.

A tal fine, è importante che la cooperazione internazionale, la protezione e l’assistenza dei bambini e delle bambine vittime dei conflitti armati si focalizzino fondamentalmente su tre obiettivi, che ritengo di importanza cruciale: la prevenzione, il recupero delle vittime, la loro reintegrazione nel tessuto sociale.

Se i programmi di smobilitazione e reintegrazione dei bambini sono fondamentali per assicurare il benessere di tutti i minori coinvolti in queste difficili situazioni, non è un caso che abbia collocato al primo posto la prevenzione, la cui attuazione è alla radice dell’efficacia dell’azione internazionale in questo campo.

In tale quadro, è importante che i Governi si impegnino anche nel contrasto dei traffici illeciti di armi leggerepiccolo calibro, le quali, in virtù delle loro caratteristiche, risultano purtroppo facilmente utilizzabili dai bambini. e di

Ritengo inoltre che sia di vitale importanza, per il recupero e la reintegrazione dei minori vittime di tali violenze, la dimensione educativa e la formazione dei bambini e dei giovani. L’educazione di base rappresenta infatti la prima indispensabile premessa per il ritorno ad una vita normale ed un’“arma” per prevenire il loro reclutamento o il loro utilizzo nei conflitti armati.

A tale riguardo, vorrei menzionare l’importante opera svolta in questo settore dalla Cooperazione Italiana, che ha finanziato da diversi anni numerosi progetti in moltissimi Paesi in situazioni di conflitto e post-conflitto, praticamente in ogni continente: attualmente sono in corso programmi in Libano, in Somalia, nei Territori Palestinesi, in Siria, in Sudan, in Uganda, in Sierra Leone e nella Repubblica Democratica del Congo. La Cooperazione Italiana agisce inoltre attraverso l’UNICEF ed altre Agenzie delle Nazioni Unite, finanziando programmi mirati al recupero e all’educazione, con particolare attenzione alla riabilitazione psicofisica dei bambini che hanno subito violenze e traumi, promuovendo la loro reintegrazione in società.

Anche le Nazioni Unite, sempre sensibili a tale fenomeno, sono divenute via via più coinvolte nella tutela dei minori, attraverso vari strumenti: pensiamo alle operazioni di peace-keeping, peacemaking e peace-building, con le quali abbiamo ottenuto numerosi successi, come in El Salvador, in Namibia e Nicaragua, anche se non dobbiamo dimenticare i tragici fallimenti, come nell’ex Jugoslavia, in Somalia e in Ruanda.

Da ultimo, la Comunità Internazionale si è dotata di uno strumento, quello della Corte Penale InternazionalePocar, che desidero ringraziare - che ha già iniziato ad operare nei confronti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti dei minori. Proprio quest’anno, infatti, la CPI ha avviato il processo al primo imputato in sua custodia, un signore della guerra congolese (Thomas Lubanga Dyilo) accusato di aver reclutato dei bambini come soldati, segnando un evento storico per il diritto internazionale. Questo caso rappresenta non solo l’esordio dei procedimenti penali da parte della Corte, ma anche il primo processo nella storia del diritto internazionale che vede, all’interno dei procedimenti stessi, la partecipazione attiva delle vittime, tra cui i bambini-soldato. - di cui abbiamo ascoltato oggi uno dei giudici più autorevoli, Fausto

Nonostante tali progressi, le brutalità compiute nei confronti dei bambini continuano a costituire una profonda minaccia per il diritto internazionale.

Ciò deve farci riflettere anche sugli strumenti che possiamo / dobbiamo mettere in campo per arginare tali pratiche.  A tale riguardo, nell’ultimo anno si sono registrati alcuni importanti passi in avanti. A titolo di esempio, vorrei ricordare la nomina, da parte del Segretario Generale Ban Ki-moon, della Rappresentante Speciale per la Violenza contro i Bambini, nella persona di Marta Santos Paìs, con il compito di promuovere la prevenzione e l’eliminazione di ogni forma di violenza nei confronti dei minori. Questa figura va ad aggiungersi a quella della Rappresentante Speciale per i bambini e i conflitti armati (Signora Coomaraswamy), istituita nel lontano 1996, il cui lavoro è stato finora prezioso per monitorare la situazione dei diritti dei minori in situazioni di guerra e per raccomandare azioni e buone pratiche agli Stati e alle organizzazioni internazionali.

Vorrei altresì richiamare la Vostra attenzione sull’importante risultato ottenuto lo scorso mese di agosto dal Consiglio di Sicurezza con l’approvazione, avvenuta all’unanimità, della risoluzione 1882, co-sponsorizzata anche dall’Italia, che chiede al Segretario Generale di includere nel suo tradizionale Rapporto su “bambini e conflitti armati” anche “quelle parti coinvolte nei conflitti armati, responsabili, in contrasto con il diritto internazionale vigente, di uccisione e mutilazioni di bambini e/o di stupro ed altre violenze sessuali contro i minori, in situazioni di conflitto armato”. Ciò permetterà al Gruppo di Lavoro del CdS sui bambini e conflitti armati di affrontare anche situazioni in cui i bambini sono vittime di queste gravi violazioni, pur in assenza di politiche di reclutamento. In particolare, l'inclusione dei casi di stupro e violenza sessuale conferma il trend, avviato con l'approvazione della Risoluzione 1820 (2008) sulla violenza sessuale in situazioni di conflitto armato, di crescente consapevolezza del legame diretto tra queste pratiche, soprattutto quando sono usate come armi di guerra, e la pace e la sicurezza internazionale.
La Risoluzione 1882 presenta inoltre ulteriori progressi nel linguaggio rispetto alle precedenti risoluzioni sull’argomento, in quanto contempla la possibilità di applicare sanzioni mirate ai “violatori persistenti”.

E’ però fondamentale che i Governi collaborino attivamente con tali meccanismi e con le organizzazioni della società civile se si vuole dare efficacia all’azione internazionale contro il fenomeno dei bambini soldato. E’ infatti dallo scambio continuo di idee, dalla collaborazione con le agenzie e le figure istituzionali delle Nazioni Unite preposte a questo tema, dall’azione concertata con gli enti locali e dal fertile confronto con la società civile che nascono quelle sinergie che fanno compiere il salto di qualità decisivo alle azioni dei Governi.

Son infatti organizzazioni come “Save the Children” o la Coalizione italiana “Stop all’uso dei bambini soldato” che - come abbiamo avuto modo di ascoltare oggi –svolgono, con la loro attività di advocacy e di azione sul terreno, un ruolo fondamentale a favore dei bambini colpiti dalle guerre. La loro opera è pertanto strumentale e deve andare di pari passo con quella dei Governi.

A tale riguardo, vorrei solo ricordare che l’Italia ha lanciato a New York nel 2008 il “Network of Children Formerly Affected by War”, una coalizione composta da ex-bambini soldato, oggi affermati attivisti internazionali. Abbiamo avuto l’onore di ascoltarne, oggi, uno dei cofondatori e più autorevoli rappresentanti. L’esperienza di guerra raccontata da Kelei è estremamente utile per sensibilizzare Governi e individui sull’impatto emotivo, sociale, fisico e psicologico della guerra. E’ infatti importante che il sacrificio di vittime innocenti non venga dimenticato o sottovalutato per le sue gravi conseguenze sulla vita dei bambini. Ignorare queste tragiche realtà rappresenta una ferita al pari di quelle causate dalla guerra.

Per questo, ben vengano momenti di riflessione e di dibattito come quello di oggi, che possono essere fonte di ispirazione e di stimolo sia per i Governi, sia per la società civile stessa. La guerra “spoglia” i bambini del loro futuro. Siano essi vittime dirette dei conflitti o resi protagonisti dai gruppi armati in qualità di “combattenti”, essi vengono comunque derubati della loro innocenza e della loro integrità fisica e mentale. Tra i tanti drammi che la guerra produce, la violenza che essa scatena sui fanciulli è certo uno dei più orribili.

Le dimensioni del fenomeno e le drammatiche conseguenze che esso ha non solo sui giovani direttamente coinvolti nei conflitti, ma anche sull’intera società cui essi appartengono, sono allarmanti e richiedono un serio impegno di analisi e di contrasto da parte di ognuno di noi.

Ritengo che intervenire a favore dei fanciulli costretti, o indotti, ad imbracciare un’arma sia un gesto di generosità, un doveroso appoggio alla stabilità delle società in cui essi vivono ed un contributo essenziale agli sforzi internazionali per prevenire ogni forma di conflitto armato.

È questo un compito che l’Italia sente fortemente, e con essa la gran parte degli Stati. L’azione delle Nazioni Unite in questo campo, già attraverso l’impegno dei peacekeepers nelle aree di conflitto, è quanto mai necessario ed encomiabile.

Ma ciò non avrebbe efficacia se non fossero gli Stati stessi, in prima persona, ad adoperarsi per sradicare questa piaga. Per riprendere le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, “la protezione dei bambini nei conflitti armati rappresenta la cartina di tornasole per misurare l’efficacia delle Nazioni Unite nel garantire la pace e la sicurezza internazionale. E’ un obbligo morale che merita di essere posto al di sopra degli interessi e delle disquisizioni politiche. Esso richiede un impegno coraggioso da parte di tutti gli attori”.

E’ con questo spirito che intendo concludere il mio intervento, nell’auspicio che nell’occasione del 60° anniversario delle Convenzioni di Ginevra e del 20° anniversario della Convenzione sui Diritti del Fanciullo, che ricorrono quest’anno, possa essere ribadita la validità e il carattere universale di tali strumenti, la cui messa in atto ha concorso a salvare migliaia e migliaia di vite umane.

Grazie.

 
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