“Il ruolo della Comunità Internazionale nella Promozione della Democrazia e dello Stato di Diritto” Intervento dell’On. Margherita Boniver Roma, Palazzo Giustiniani – 18 luglio 2003 PDF Stampa E-mail
E' per noi principio incontestabile che la democrazia sia l’unico sistema in grado di garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona e allo stesso tempo assicurare ai popoli benessere, progresso e sviluppo sostenibile. Non è per caso che il diritto a partecipare al governo del proprio paese attraverso libere elezioni figuri fra quelli solennemente garantiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Art.21). Non può quindi sorprendere che la difesa e la promozione della democrazia e dello stato di diritto vadano sempre più imponendosi come una delle priorità fondamentali della comunità internazionale.

Dalla diffusione e dal consolidamento della democrazia nel mondo dipendono infatti anche la pace e la sicurezza.Non basta intervenire per risolvere i tanti conflitti che minacciano la stabilità in varie regioni del mondo, occorre anche creare le condizioni per portare la democrazia laddove non esiste ancora o dove  eventi bellici o la forza di dittature  l’avevano cancellata, consolidarla nei paesi in transizione, difenderla in tutti i paesi  che l’hanno conquistata.

L’Italia crede fortemente nelle Nazioni Unite ed auspica che il multilateralismo sia efficace, tale cioè da incidere in positivo sulla realtà internazionale.

Un’accresciuta e strutturata cooperazione fra i paesi che condividono i valori della libertà e della democrazia può apportare grandi vantaggi al funzionamento dell’ONU e favorire pace e sicurezza.

Non si tratta di creare un circolo esclusivo di membri che si limitino a compiacersi dell’appartenenza ad una stessa comunità di valori, sia pure di alto profilo. Se così fosse commetteremmo un grave errore, dando l’impressione di erigere nuove barriere in un mondo dove invece, proprio noi che crediamo nel dialogo e in una sana globalizzazione, dovremmo adoperarci per abbattere quelle che esistono.

Abbiamo bisogno di unire le nostre forze  per dare ai valori della democrazia e della libertà il peso che meritano nelle istituzioni internazionali, in modo da farne  un credibile modello di riferimento per tutti quei paesi che, per svariate ragioni, non hanno ancora raggiunto un adeguato livello di maturazione democratica .

La nostra deve essere una comunità aperta al dialogo , che indichi a chi non può ancora farne parte la via da seguire e che offra a chi ne ha bisogno assistenza ed adeguato sostegno.

La condivisione di certi valori  non può che tradursi in una maggior forza nel denunciare   tutte le violazioni dei diritti umani e tutte le forme di oppressione delle libertà fondamentali. Allo stesso tempo occorre promuovere programmi coordinati di “democracy building” e favorire aggregazioni in grado di superare le tradizionali contrapposizioni nord-sud, senza timore di applicare quando  necessario opportune clausole di condizionalità democratica.

In questo contesto non c’è dubbio che la strada tracciata  a Varsavia e Seoul con la Community of Democracies sia quella giusta. Con la Dichiarazione di Varsavia oltre 100 paesi hanno condiviso una serie di principi che sono alla base della democrazia e si sono impegnati a considerare la possibilità di costituire “caucus democratici” nell’ambito delle organizzazioni internazionali esistenti, con l’obiettivo di scambiarsi opinioni e promuovere alleanze e posizioni comuni su temi attinenti alla democrazia e al rispetto dei diritti umani.

Un ulteriore passo è stato compiuto a Seoul nel novembre 2002, dove  i 97 paesi partecipanti hanno adottato un Piano d’Azione che impegna i 10 paesi del “Convening Group” ad incoraggiare , in stretta collaborazione con i membri della Community of Democracies interessati, la formazione di coalizioni e caucus per la promozione di risoluzioni internazionali ed altre attività relative alla democrazia.

Da allora però, malgrado alcuni promettenti segnali, non sembra che vi siano stati seguiti operativi che lascino pensare ad un rilancio di tali obiettivi, mentre invece gli strascichi della crisi irachena, e l'impatto sull'ONU, richiederebbero un’accelerazione dei processi finalizzati a costruire un tessuto di stretta cooperazione fra i paesi democratici, che rappresenta in definitiva  l’idea portante di un’iniziativa come la Community of Democracies.

Se penso ai deludenti risultati della Commissione dei Diritti Umani di Ginevra, mi chiedo se non sia davvero giunto il momento di rimboccarsi le maniche, assumersi le proprie responsabilità e avviare una seria riflessione su ciò che possono fare per porre rimedio a questa situazione i paesi che condividono i valori della libertà, della democrazia e del rispetto dei diritti umani.

L’Italia, anche nell’ambito delle responsabilità della Presidenza dell’Unione Europea, intende dare un segnale forte in questa direzione. Riteniamo infatti che solo rinsaldando i legami che uniscono i paesi che, pur nella diversità di tradizioni storiche e culturali, hanno in comune un saldo ancoraggio ai principi della democrazia, sia possibile vincere questa sfida.

L’impresa non è né impossibile né intempestiva.  L’esperienza della Community of Democracies, anche se finora non si è tradotta in meccanismi operativi continui ed immediati, resta pur sempre una straordinaria testimonianza dell’impegno di un largo gruppo di paesi a difendere e promuovere i diritti umani e i valori della democrazia. Una testimonianza che ha soltanto bisogno di ricevere nuovo impulso e nuova linfa per riproporsi con forza all’attenzione della comunità internazionale.

Dal Convegno di oggi stanno emergendo interessanti indicazioni sulla strada da seguire per restituire a questo progetto slancio e soprattutto capacità di mobilitare le energie necessarie per arrivare in tempi relativamente brevi a risultati concreti. Particolarmente significativi mi sembrano i contributi che la società civile è pronta ad offrire in termini di idee ed impegno politico e sociale.

Le iniziative di organizzazioni come “Non c’è pace senza giustizia”, che trovano ampio riscontro nella mobilitazione di movimenti d’opinione ed associazioni, alcuni dei quali qui presenti, aiutano governi ed istituzioni a trovare la forza per scelte coraggiose e lungimiranti.

La vicenda della Corte Penale Internazionale, che ha visto la società civile di tantissimi paesi fortemente impegnata in un efficace lavoro parallelo a quello dei negoziati ufficiali, ne è la prova più evidente. Il rilancio della Community of Democracies potrebbe seguire un percorso analogo, tanto più che le Conferenze di Varsavia e Seoul hanno visto già l’attiva partecipazione, sia pure in un contesto distinto rappresentato appunto dal Forum delle ONG, di un’assai ampia rappresentanza della società civile, di intellettuali, esponenti politici di primo piano, movimenti ed associazioni.

Occorre naturalmente che le istituzioni facciano la loro parte. Da parte italiana stiamo riflettendo su quali iniziative intraprendere e non ho dubbi sul fatto che anche le riflessioni svolte in questo incontro verranno tenute nella dovuta considerazione.

Credo che si potrebbe cominciare riprendendo le fila del discorso ribadito a Seoul, ma che – ripeto – ha sinora stentato  a tradursi  i passi concreti. Potremmo in effetti chiedere ai 10 paesi del Convening Group, ed in particolare al Cile che ne esercita la presidenza in vista della Conferenza prevista a Santiago nel 2004, di rilanciare il processo inteso a creare le condizioni per una prima riunione, non importa se formale o informale, di un caucus dei paesi democratici a margine della prossima Assemblea Generale delle N.U..

Obiettivo dell’incontro dovrebbe essere uno scambio di vedute, e se possibile l’avvicinamento delle posizioni, sui temi dell’Agenda dell’Assemblea Generale collegati alla democrazia. Si tratterebbe di un  punto di partenza di un processo che gradualmente potrebbe condurre a forme di coordinamento più strutturato su altri temi in discussione alle Nazioni Unite. Ciò che conta è avviare il processo e dare in tal modo un segnale forte e chiaro alla comunità internazionale.

Ad avviso dell'Italia, questo segnale rafforzerebbe le Nazioni Unite e la loro credibilità.

Del resto, forme di aggregazioni per così dire “trasversali” rispetto ai Gruppi Regionali Geografici delle N.U. esistono già da tempo e si fanno efficacemente valere. Se è consentito ad un paese di parlare e prendere posizione, come avviene nella Commissione dei Diritti Umani, a nome dei membri della Conferenza Islamica o dei Non Allineati, non si vede perché non potrebbe concepirsi un giorno l’espressione di posizioni coese a nome del Gruppo dei Paesi Democratici, almeno  su questioni attinenti al tema della democrazia.

Un ultimo cenno vorrei farlo al problema della partecipazione dei paesi dell’Unione Europea a tale processo: partecipazione che è stata sinora decisamente di tono minore.

Credo che sia fondamentale creare le condizioni per un maggiore coinvolgimento dei paesi europei nel rilancio della Community of Democracies. Mi sembra infatti difficile immaginare un forte ed incisivo ruolo di un “caucus democratico” alle Nazioni Unite senza il contributo essenziale di paesi di grande e consolidata democrazia. Le modalità di tale coinvolgimento andranno attentamente valutate, ma credo che il problema del ruolo dell’UE non possa essere eluso.  E’ importante muoversi subito, magari con un coinvolgimento limitato ai paesi che intendono cooperare sin da ora (e l’Italia è certamente fra questi) per preparare in tal modo il terreno ad una partecipazione dell’Unione Europea più strutturata che potrebbe intervenire successivamente.

 
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