Il Garantista 9 novembre 2014 Quel muro è caduto altri cento sono nati Memorie di una anticomunista: ma sotto accusa finimmo noi socialisti Articolo di Margherita Boniver PDF Stampa E-mail

Ma sotto accusa finimmo noi socialisti

Di Margherita Boniver

La caduta del muro di Berlino il 9 novembre  di 25 anni fa avvenne in una gigantesca esplosione di gioia ed energia quasi  per caso , senza violenza, senza un leader riconoscibile. Dei tanti varchi rimase aperto alla improvvisa fiumana di tedeschi della DDR non l’ arcifamoso Check Point Charlie ma grazie alla mossa sorprendente di un poliziotto si spalancò la Bornholmer Strasse.

Negli anni precedenti ero andata in rare occasioni a Berlino ancora divisa,(le riunioni della Internazionale Socialista venivano convocate più banalmente a Bonn) e non si mancava mai di fare visita  a quel monumento crudele che era il muro, che rasentava intere strade di case svuotate con le finestre cementate e larghi spazi di “no man’s land” con folte verzure e una moltitudine di coniglietti, in rude contrasto con le lapidi dedicate ai tanti tedeschi che perdevano la vita sotto i colpi di mitra tentando scavalchi impossibili.

Tornando qualche mese addietro, il Congresso del PSI a Milano in primavera aveva visto salire sul palco Numerosi Premi Nobel, da Brandt a Rigoberta Menchu, da Perez d’Esquivel a Andrei Sacharov , per il quale Craxi in visita ufficiale a Mosca aveva chiesto la fine del  vergognoso esilio a Gorki. Di fatto quello fu l’ultimo viaggio del grande dissidente fuori dall’Unione Sovietica: morì nel dicembre del fatidico ’89.

Ancora un passo indietro: la famosissima Biennale del Dissenso organizzata da Carlo Ripa di Meana nel 1977, tanto boicottata e osteggiata  (non solo dai comunisti ma anche da molti pavidi democristiani) divenne la storica vetrina per far conoscere in occidente la realtà della vita sotto il dominio comunista. Non solo la commovente mostra sui Samizdat ma soprattutto l’occasione per far conoscere le grandi centrali del dissenso che si stavano organizzando attorno a Solidarnosc in Polonia e Charta 77 in Cecoslovacchia. Cruciale anche la copertura mediatica grazie alla tv tedesca e alla BBC, che mandarono in onda numerosi reportage visti anche da folte platee nella DDR. Una piccola briciola, ma non ininfluente, per accelerare la fine dell’impero sovietico. Tutto questo creò lo sfondo necessario alla costante ed instancabile azione politica di Craxi (e dell ‘intero PSI ) che accelera dopo la storica visita di Papa Woitila in Polonia che tendeva a smentire la teoria allora ancora prevalente, di una Unione Sovietica “riformabile” (Ostpolitik ma non solo) e accelerare la fine del più lungo dei totalitarismi.

In un discorso del celebre dissidente Natan Sharansky del 2005 così descrive la strategia degli anni  ’80: “Assediati in patria dai dissidenti che chiedevano al regime  di rispettare gli impegni internazionali e pressati all’estero da politici disposti ad agganciare  la loro diplomazia ai cambiamenti interni all’Unione Sovietica, i leader comunisti furono costretti  ad arrendersi. La scintilla  della libertà era partita e si diffondeva  a macchia d’olio bruciando l’impero”.

Naturalmente furono molteplici le spinte che contribuirono a mandare in pezzi il sistema totalitario basato sul terrore e sulla pianificazione economica. Non solo l’insostenibile competizione negli armamenti nucleari e non per fronteggiare l’Occidente, ma lo sperpero di immense risorse per il controllo maniacale delle “vite degli altri” : venne calcolato che in Albania sotto Hodja metà della popolazione veniva pagata per controllare l’altra metà… Come osservò acutamente un  cremnilogo dell’epoca con il senno del poi, era impensabile potesse reggere un sistema economico che necessitava di una decisione del comitato centrale del PCUS per immettere sul mercato statale un nuovo tipo di calzature.

Ma i paradossi non finiscono qui. Alla gigantesca boccata di ossigeno della caduta del muro di Berlino, seguì la fine della divisione non solo della città, ma della Germania, dell’Europa, del mondo intero si può dire, e il successivo a volte imprevedibile  rimescolamento delle  zone di influenza.  “La fine della storia” per riprendere il fortunato titolo di un celebre saggio, soprattutto una fortissima accelerazione verso l’allargamento dell’Unione a Est (ma sarebbe più corretto parlare di ricomposizione).

Tra i paradossi, non ultimo quello descritto così bene da Lucio Colletti: “In Italia dopo la caduta del Muro di Berlino a finire sul banco degli accusati non sono stati i comunisti italiani, ma i partiti anticomunisti”. Sopra ogni altri i socialisti di Craxi, e la destra DC. Falliti ‘compromesso storico’, ‘eurocomunismo’, e ricordate ‘Terza Via’, oggi i post comunisti sono in piena riaggregazione attorno al dinamismo renziano. Ma questa è davvero un’altra  storia. Così come è un’altra storia il tentativo di demolire il muro invisibile tra Stato e Mafia che trova il suo culmine nel processo a Palermo sulla cosiddetta trattativa. Che affonda le sue basi culturali nei lavori delle Commissioni antimafia  degli anni ’90 volti a dipingere mafia, terrorismo e corruzione come fenomeni  indissolubilmente connessi derivati dalla non presenza del PCI al governo nazionale. L’assioma senza e contro i comunisti non c’è democrazia compiuta regge eccome anche ai giorni nostri.

Venticinque anni dopo il Muro dissolto decretò la fine dell’egemonia comunista ma riaprì anche qui con nuovi paradossi  la questione della egemonia tedesca sul continente. La celebre battuta di Andreotti che suggeriva la bontà di una Germania divisa in due, era condivisa da Francia e Gran Bretagna prudenti verso una riedizione della “questione tedesca”.  Per non dire della comune diffidenza indotta da cinque lunghissimi anni di crisi e di massicce dosi di austerità in molti paesi dell’eurozona. Per non parlare della bruciante questione ucraina: è del tutto ovvio che a contrastare gli altalenanti appetiti del Cremlino dopo l’annessione della Crimea e le elezioni farsa nei territori orientali sia soprattutto Angela Merkel con la sua prudentissima azione in politica estera.  Ma anche questo, dopo la caduta del Muro, è tutta una nuova storia.

 

Margherita Boniver

 
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